La valigia è ancora sul divano, ormai vuota e inutile, così come la pila di giochi sul tavolo.
Tre giorni intensi in cui abbiamo completato con disinvoltura il nostro bingo e raccolto ulteriori dieci nozioni riguardo l’esperienza di Play 2026:
1- La logistica della Fiera di Bologna, che mantiene quel sapore di escape room a prescindere dalla presenza del festival del gioco. “Vuoi fare un gioco con me? No? Fa lo stesso, vai dal 20 al 18 senza passasre dall’ammezzato”. Risate in lontanza, rumore di scale mobili cigolanti, buio.
2- Paolo Mori di buon umore. Siamo dovuti intervenire personalmente per fargli cacciare un “quei coglioni di merda”. Ne è valsa la pena.
3- Toy Battle, che pur essendo in qualche modo il gioco dell’anno per i francesi dell’As d’Or, per gli americani di BGG e per italiani di IoGioco, si trova in fiera come la dignità in parlamento. Col cazzo, se aveste dubbi.
4- La mancanza di compulsione all’acquisto complusivo. I giochi cominciano a mandare segnali importanti: generalmente bandiere rosse.
5- La parola “cultura”, che qualcuno ha sussurrato utilizzandola come grimaldello istituzionale, ma che per effetto di un beffardo gioco del telefono, è arrivata al pubblico col suono di in una tonante scorreggia.
6- Gli stand recintati, perché poche cose urlano “bestie!” come uno steccato con un pastore all’ingresso. Magari hanno ragione gli editori, magari hanno torto gli avventori, chissà.
7- L’originalità, che ha riempito le scatole, piene di belle grafiche e originalità. Il divertimento invece va portato da casa.
8- Le file. Le file per entrare negli stand, le file per mangiare, le file per giocare, le file per comprare, le file per fare le file. La fila come metro del successo. E della rottura di cazzo.
9- Il caos. Il padiglione della ludoteca sembrava l’aula magna occupata dai liceali, un gruppo di facinorosi aveva preso il “potere” e bullizzava il pubblico urlando costantemente nel megafono ordini e contrordini senza timore di essere squalificato. Dicono che stavano creando esperienze, noi gli crediamo. Traumi, per lo più.
10- L’alcolismo. Cranio vendeva birra, DV Games la regalava, Giochi Uniti la offriva. Una cazzo di oktoberfest improvvisata che però non ha creato problemi, non più di quanti ne avessero creato i giochi prima. A parte il concerto dal vivo tentato da Devir in mezzo ai tavoli, parzialmente evitato: no panic, no party.
Siamo ancora troppo sull’entusiasmo del “meglio di Modena” per andare a spulciare il peggio dell’organizzazione, ma sospettiamo non servirà un grosso impegno.
Ne riparliamo l’anno prossimo.





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