…ma prova a metterlo nelle mutande e sentirai come frizza.

War Room della GAMA.
La presidente Meredith Placko è circondata dai collaboratori più fidati.
“Jackson, aggiornami. Situazione?”
“Le aziende stanno chiudendo. I dazi hanno devastato una parte del settore. Servono dati per capire perché gli operatori se ne stanno andando. E ogni volta che facciamo una dichiarazione pubblica sembra che qualcuno abbia scoreggiato.”
“Ok, forse è meglio se partiamo dalle cose facili.”

La notizia: Placko, da poco alla guida della GAMA, ha dichiarato che una delle priorità dell’associazione è implementare una strategia per evitare di fare una figura di merda ogni volta che aprono bocca.

Non si può dire che non se ne sentisse la necessità. Negli ultimi mesi GAMA è riuscita nell’impresa di dover chiedere scusa per il comportamento “rude and disrespectful” di alcuni dirigenti durante un’assemblea interna, di pubblicare per il terzo anno consecutivo le nomination degli Origins Awards dimenticandosi di citare gli autori dei giochi, di reagire in ritardo alla questione dei dazi americani e, nel frattempo, di scoprire che la super-ristrutturazione megagalattica progettata dai dirigenti precedenti, quella pensata per rendere GAMA “l’epicentro globale dell’industria tabletop”, era un modellino fatto coi LEGO.

Ma la presentazione era impaginata da dio, eh!

Un’intervista in cui il presidente di un’associazione sente il bisogno di dire “dai, smettiamola di fare cazzate” fa ridere quasi quanto il papa che dice “basta frociate”, come se fosse possibile andare contro alla natura intrinseca di un’organizzazione. Epperò.

Epperò, anche se la prima impressione è quella della classica supercazzola all’americana, fatta di parole altisonanti col ritmo inconfondibile di un post su LinkedIn, è incoraggiante notare come sembra quasi che la GAMA abbia capito, seppur un po’ in ritardo, che forse il modello gestionale “ludoteca amatoriale alimentata ad entusiasmo” non funziona.

“In che senso?” chiede in coro il settore ludico italiano.

Diceva Arthur Bloch: “chi sorride mentre tutto va male probabilmente ha già capito a chi dare la colpa.”
Oppure, la buttiamo lì, è solo un coglione.

Perché Placko, fra una frase motivazionale e un “dobbiamo smettere di pestare merda” che suona quasi tenero, dice anche cose brutalmente concrete. In particolare, sta constatando che siamo nella merda fino al collo e che bisogna iniziare a nuotare.

Certo, è inopportuno che lo si faccia notare nel periodo in cui si svolge Play Bologna, praticamente il raduno nazionale dei sommelier della fustella, quell’evento in cui per raccontarci che va tutto bene basta dire che è un LARP.

Ma stiamo tranquilli: mentre l’industria del gioco discute se sopravviverà ai prossimi anni, l’informazione ludica continua a presentarci “la novità imperdibile del mese”, cioè quella scatola che fra un mese verrà sostituita dalla prossima novità imperdibile del mese. Ripetere ad libitum.

Mo’, capiamoci, non è che parlare dei giochi, intesi come prodotti, sia sbagliato. Basta che non diventi un fenomeno di rimozione collettiva.
“Non ci sono abbastanza scialuppe!”
“Sì, ma abbiamo un sacco di ghiaccio per i Gin Tonic.”

Lo sappiamo, lo sappiamo. “Il gioco non deve essere politico”.
E quindi continuiamo serenamente a discutere della qualità delle miniature, tanto la plastica galleggia.

In fondo è rassicurante. I content creator continuano a sorridere. Gli editori continuano a vendere scatole sempre più grosse. I giocatori continuano a consumare novità.

Se qualcuno prova a dire che forse il turnover delle scatole è segno che le vendite non sono poi così tante, o che sia le notizie che le scatole sono sempre più vuote, o che le aziende di fatto chiudono, nessun problema: basta dire ai musicisti di suonare più forte.

Dopotutto l’orchestra del Titanic mica si è fermata per un iceberg.

Quindi, aderiamo all’ottimismo.
Cosa ne pensiamo del Titanic?
Che scala bene con gruppi numerosi.

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