Lo Spiel Des Jahres, ormai noto come Premio Menapace, in una sorta di spirito olimpico pare abbia scelto di “far parlare di sé” più che dei giochi premiati, tanto che ricordiamo i vincitori dello scorso anno bene come come quelli del tiro con l’arco di Parigi 2024. Per fortuna noi c’eravamo, ne abbiamo parlato, e potremmo rileggerli.
Se ce ne fregasse qualcosa.
Come per le ultime edizioni quindi ci aspettavamo delle sorprese, non necessariamente belle, qualcosa a metà fra il dramma di “dazi statunitensi” e l’imbarazzo di “il vincitore di Sanremo”. Le aspettative erano comunque altissime, un po’ come quelle che hanno accompagnato l’ultimo gioco dell’anno, “quello lì che faceva quella cosa che mi pare che boh”. E infatti non ci hanno delusi.
Per entrare nel mood giusto ci lasciamo ispirare dall’entusiasmante dichiarazione del presidente della giuria:
“Vogliamo lanciare un messaggio contro l’odio e l’aggressività con i giochi“.
“Quindi avete premiato giochi cooperativi?”
“No.”
Poi andiamo a spulciarci le famigerate tre categorie, questa volta soprassedendo persino allo “sticazzi” per il Kinder, più che altro per la scena regalataci dai protagonisti in quel di Berlino:
KINDER SPIEL DES JAHRES
Sentir dire sul palco all’autore di Mooki che l’editore ci aveva creduto così tanto da aver messo già in cantiere un secondo gioco della serie, è stato bellissimo, ma sentirgli dire che avevano anche già deciso di farlo ideare da un altro autore, è stato impagabile.
Come direbbe Bart: “Guarda qui, si può persino individuare il secondo preciso in cui il suo cuore si spezza a metà“.

In ogni caso, Mooki Island è un gioco di memoria e set collection, con una sottile vibe da collezionabile e illustrazioni di creature fantastiche di diversi colori. Se il concetto di gateway drug non fosse ormai obsoleto, ci verebbe da dire che era anche l’ora che i Pokémon ne avessero una dedicata.
Gli altri due giochi che non hanno vinto sono Buh Party, un sadico tentativo di mescolare Memory e Lupus in Tabula, perché un gioco di merda solo non era abbastanza, e Mimose & Sam et le Voleur de Fruits, una specie di Fury of Dracula per bambini in cui tutto il tavolo cerca di capire chi è l’unico giocatore che si diverte.
KENNER SPIEL DES JAHRES
Rebirth di Knizia vince con la stessa scioltezza con cui arriva sui tavoli: come una morbida diarrea da sorbitolo. Il sapore asettico di “già visto” non puzza, e tutto sommato questo sembra bastare alla giuria.
Knizia dal canto suo ce l’ha messa tutta, è persino salito sul palco in cosplay da scozzese, tentando inutilmente di far percepire il tema del gioco che, fra tutti i temi possibili, si sente come in generale i temi nei giochi di Knizia: “no”. Purtroppo di Rebirth avevamo già parlato più del dovuto, dicendone grosso modo che è semplice, perché prevede solo la mossa giusta o una sbagliata, ma con una tessera da piazzare e cento spazi disponibili, ti accoglie come un circolo LGBTQIA+ in cui appena entrato devi capire a chi assegnare il pronome che hai pescato dal sacchetto, ma coi pronomi in cirillico.
Un po’ Through the Desert, da cui prende il clima, e un po’ Samurai, da cui prende il pacifismo, il gioco si colloca nell’ampia produzione di Knizia in modo naturale, quella stessa naturalezza con cui chiunque tende a reagire a un nuovo gioco di Knizia.
Di Boss Fight è stato detto sul palco che non si tratta di un videogioco perché la “tecnologia è così elegantemente integrata che nemmeno si nota“, finemente nascosta com’è in un tablet al centro del tavolo, alla cui telecamera tocca far scansionare ogni singola carta giocata, nell’originale tentativo di fondere un Soulslike con una fila alla cassa dell’Eurospin. Bisogna dire per correttezza che, almeno al momento dell’acquisto il peso tecnologico non si sente, perché nella scatola non è compreso il tablet.
Grande impatto anche per Moon Colony Bloodbath, di cui i presentatori dicono che lo distingue un “divertimento nascosto“. Direbbe Maccio Capatonda: “ma nascosto bene”.
Ne avevamo già parlato, definendolo il Pierino dei giochi: brutto e cattivello, ma fa ridere. Aprire la scatola di Moon Colony è un po’ il “tira il dito” del giocare, fa ridere la prima volta, ma solo se il suono lo fai con la bocca.
SPIEL DES JAHRES
Dito! (già JinxO) vince la categoria principale non senza sorpresa, pur considerando che ad oggi ha ben 400 voti e 90 recensioni su BGG, numeri da capogiro se rapportati al numero di bratwurst, o di dita, che possono stare in una parte anatomica che per comodità chiameremo bocca. Ma qui finiscono le sorprese, perché Dito! altro non è che il solito party game di “scrivere la stessa parola”, con il necessario plus che le parole possono essere due. Come le dita.
Cozy Stickerville, nominato, si presenta come un album-game, ossia come un libro-game con le figurine, per dare un’idea della china presa dal settore. Rientra nella categoria giochi da tavolo più che altro grazie al tabellone. “È un feel good game?” chiede sul palco la presentatrice, “dipende” risponde la giurata, se stavi male male…
La plancia è double face, così potete giocarlo due volte, che è più del doppio delle volte che vorreste farlo.
Morty Sorty Magic Shop invece è l’ultimo arrivato, in tutti i sensi. Arriva in corsa come un gioco in cui bisogna piazzare le tessere in modo da rispettare certi criteri e per quelli fare punti, con il twist di avere un nome composto da quattro parole.
Non è finito nella categoria Kenner perché rispetto a Rebirth ha meno posti in cui piazzare le tessere. A meno che non lo giochiate insieme a Dito!.
Non essendo più il target del premio dal 1998, non siamo tanto insoddisfatti per i giochi premiati, che ci avrebbero probabilmente fatto cacare in ogni caso, quanto del consueto nuvolone di dimenticanza che aleggia su tutti i titoli, e del fatto che presto ci dimenticheremo di cosa stavamo parlando, e della tendenza sempre più marcata a voler proporre titoli col minimo sindacale d’innovazione, rassicuranti, quel tipo di giochi che, comunque, ammazza che caldo che fa oggi, ci vorrebbe una bella bibita. Di cosa stavamo parlando?





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