Quest’anno la più grande mostra-mercato ludica del mondo occuperà per la prima volta tutti e otto i padiglioni disponibili, raggiungendo gli 81.200mq: abbastanza spazio per 921 espositori, 1.500 nuovi giochi, e una nuova zona appartata in cui parcheggiare gli autori ghostati dalle case editrici.

La nuova Hall 8 porta altri 3.700 metri quadrati e consente alla fiera di accogliere fino a 230.000 visitatori, come un concerto di Ultimo, ma vedendo qualche cazzo.

Tutti gli spazi espositivi sono stati prenotati prima ancora della scadenza e gli editori ritardatari sono finiti in lista d’attesa. L’organizzazione interpreta questi numeri come una dimostrazione della vitalità del settore. E non è neppure falso: quando un cadavere si gonfia aumenta effettivamente di volume. Visto dalla prospettiva giusta, è comunque un fenomeno di crescita.

Negli ultimi quattro anni la superficie di SPIEL è aumentata quasi del 30%, il numero degli espositori, invece, è rimasto più o meno stabile: 935 nel 2023, 923 nel 2024, 948 nel 2025 e 921 annunciati per il 2026.
Non proprio “meno siamo e meglio stiamo”, ma…

Nel panico maniacale prefieristico poi, tra chi si allarga e chi cerca di capire se dovrà apparecchiare il tavolo per il banchetto o il culo per la banca, qualcuno ha fatto qualcosa di insolito: i conti.

È il caso di Pandasaurus Games.

L’editrice texana dopo il Covid aveva preso a sbarcare in Europa come fosse il D-Day, con un grande stand, più di venti tavoli dimostrativi, centinaia di giochi da trasportare e un’organizzazione in grado di gestire vendite, magazzino, personale, IVA europea, pagamenti, e deposito degli incassi, cioccolata e sigarette vere.
Costo complessivo: più di 50.000 euro.

Nell’anno del “fin qui tutto bene”, che abbiamo analizzato attraverso diversi articoli del 2026 (e che non saranno finiti…), Pandasaurus ha ridotto drasticamente il proprio spazio e affidato tutto a EPN, rete europea legata ad Asmodee. Manterrà un piccolo stand per incontri e dimostrazioni, mentre EPN venderà i giochi e ospiterà tre tavoli demo.

La spesa scende a circa 20–25.000 dollari e alla fine, secondo il CEO Nathan McNair, il rapporto fra costi e ricavi resta più o meno lo stesso.

Che è come rendersi conto che si può lavorare part-time, guadagnando la metà.

Quindi va be’, dicevamo, McNair ha scoperto che metà del grande stand serviva soprattutto a finanziare il grande stand, e ha pensato “chivvesencula”, recuperando qualche migliaio di pezzi da cinque dolla.

Tutto questo però ci ha incuriositi abbastanza da andare a vedere qualche cifra.

Nel 2026 un editore paga 1.500 euro netti per lo spazio minimo da 15 metri quadrati, oppure 135,50 euro al metro quadrato per uno stand più grande. A questi vanno aggiunti pareti obbligatorie, pacchetto media, smaltimento dei rifiuti, moquette, elettricità, mobili, grafica, magazzino, personale, trasporti, alberghi, pasti, montaggio e smontaggio, supporto psicologico, e un kapò dedicato.

Il piccolo stand più economico parte quindi da circa 2.300 euro netti prima di possedere un pavimento, una lampadina, e qualcosa su cui piangere.

Comunque meglio che a Lucca Comics & Games.

Sembrerebbe quindi che in un periodo di economia “non proprio florida”, si inizi a intravedere lo “spettro del tiro della cinghia passata”, ma poi arriva gente come quelli di ALBI e il discorso diventa più spiazzante di un Quesito con la Susi.

ALBI ha portato il proprio stand da 65 a 175 metri quadrati, quasi triplicandolo. Per altro in un anno in cui il loro titolo di punta è Night at the Zoo, un gioco in cui piazzando tesserine bisogna far tornare gli immigrati in Italia rispettando il trattato di Dublino.

Ma quindi, come si sposa questa crescita con l’editoria che perde pezzi? Perché la fiera si ingrandisce mentre il mercato perde aziende?

Semplice: perché non servono sempre le stesse aziende.

Un piccolo editore chiude, due campagne Kickstarter prendono il suo posto.
Un distributore fallisce, ne arriva uno con un logo nuovo e un commercialista vecchio.
Un autore si autoproduce perché gli editori non hanno capito il suo gioco, sei mesi dopo lui capisce il gioco degli editori.
Un editore grande si crede Hasbro, finché non si scopre CMON.

(Tra l’altro, a proposito della crisi di CMON, pare abbia trovato i 19 milioni da perdere nei prossimi mesi. Ossigeno in bombola).

In questo scenario Essen continua a crescere perché continua a essere indispensabile.

Ci devono andare tutti: gli editori nuovi per farsi conoscere, quelli sani per espandersi, e quelli moribondi per non sembrare moribondi.

SPIEL non è il termometro della salute economica del settore, è la fotografia di famiglia: partecipano anche quelli che non si parlano più, qualcuno è già morto dentro e tutti devono sorridere.

🙂

Per questo non c’è una vera contraddizione fra aziende che tagliano i costi e una fiera che apre nuovi padiglioni. La fiera non cresce perché ogni editore stia meglio, cresce perché aumenta il numero di soggetti che hanno bisogno di convincere gli altri di stare bene.

È una crisi perfettamente compatibile con il tutto esaurito.

Anzi, forse è proprio il tutto esaurito la sua forma più elegante.

A ottobre 230.000 persone entreranno negli otto padiglioni di Essen, vedranno migliaia di giochi e aziende entusiaste di presentarci il futuro del settore.

Alcune di quelle aziende potrebbero non arrivare all’edizione successiva.

Ma non importa.

Ci saranno altri editori, altri giochi, un’altra hall da aprire da qualche parte e un nuovo comunicato sulla crescita del mercato.

Perché the show must go on.

L’editore no.

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