Non si fa in tempo a dare una pacca di compiacimento sulla spalla di una casa editrice, che subito arriva lo schizzo di ritorno.

Plaid Hat Games, citata nell’articolo precedente per essere una tra le cinque migliori case editrici americane per qualità dei contratti ai designer, si è trovata a prendere quello che questa volta per eleganza chiameremo “il classico palo in faccia” da Kickstarter, invece che “una inculata con consenso parziale”, come facciamo di solito.

Per finanziare il nuovo gioco The Monolith, il capo Colby Dauch aveva pensato di fare una campagna Kickstarter diversa dal solito, più “onesta”, niente cazzate e gioco già carico nel tubo di lancio. Dopo tre giorni la campagna raggiunge il 137% di finanziamento e viene chiusa dal buon Colby.

Ora, i più ingenui di noi penseranno che raggiungere il 137% di un obiettivo sia abbastanza per decretare un successo, ma qui arriva il primo prezzo della disonestà intellettuale “indotta”, quella che Tinto Brass ha perfettamente inquadrato con il titolo “Così fan tutte” (sì, Tinto Brass): mentre la Plaid Hat segnava 20.000 dollari come traguardo della campagna, ne spendeva almeno 35.000 solo per gli stampi in plastica, e a fronte dei 290 backers aveva invece calcolato una tiratura di 10.000 copie. Quindi sì, campagna fallita.

Lezione? Come dicono i professionisti: “se vuoi bluffare, devi potertelo permettere”. E allora Colby va all in: mette una manciata di frociate nella campagna tra espansioni, personaggi, token in metallo… e la ripropone raddoppiando l’obiettivo (con una cifra comunque simbolica, ma che simboleggia “più soldi”).

La campagna riparte e a 14 giorni dalla chiusura è piantata intorno ai 100.000 dollari e 1.300 finanziatori.

Morale della favola? Ne sappiamo un cazzo noi di morali, ma questa storiella rivela un percorso talmente evidente che persino dei cialtroni come noi non possono fare a meno di inciampare:

  • Kickstarter nasce come strumento per progetti o editori audaci.
  • Poi è diventata una vetrina e gli editori affermati hanno scoperto che potevano usarlo per non rischiare capitale proprio.
  • Poi hanno scoperto che potevano usarlo per vendere più componenti.
  • Poi per vendere la paura di perderli.
  • Infine il pubblico ha cominciato a considerare sospetta una campagna che non gli offrisse abbastanza paura.

E qui veniamo al concorso di colpa, perché se da una parte la Plaid Hat ha voluto portare un gioco al pubblico attraverso uno strumento, ma disattendendo le indicazioni sia del pubblico che dello strumento, dall’altra lo strumento e il pubblico non stanno indicando proprio il percorso più pulito possibile.

In somma, da una parte il sistema è dopato, dall’altra se non vediamo le campagne sfrecciare a duecento all’ora con un pedale nel culo, non le guardiamo nemmeno.

Così diventa anche facile capire come una campagna che propone un gioco che può essere acquistato in negozio, senza spese di spedizione, senza rischi, e forse anche in anticipo sulla consegna a casa, possa cadere nel silenzio come un commento sui nostri social in cui si legge “articolo interessante, se non fosse per tutta quell’ironia e quel sarcasmo”.

Eppure a questa forma di analisi razionale, la risposta è pura irrazionalità: nella prima campagna avevano offerto la scatola con tutta la roba dentro e non aveva tirato un cazzo, nella seconda hanno tirato fuori la roba dalla scatola, abbassato il prezzo, e venduto il resto a parte, così hanno stravenduto il pladge “all in”, ossia la scatola con tutta la roba dentro.

Alla Plaid Hat non saranno dei geni, ma saremo noi acquirenti una mandria di coglioni?

E come diceva la sempre citabile Wanna Marchi: “I coglioni vanno inculati”, anche perché attualmente, se non abbiamo capito male, è più o meno su di loro che si regge questo mercato. Anzi, su di noi.

Quindi a quanto andiamo? E quando scoppieremo?
Diciamo che siamo più o meno a quel punto in cui è bene ricordare che il valore è nel viaggio, non nella merda meta. Siamo quasi nella meta.

Lascia un commento

Trending