Titolo: Alien Frontiers
Anno: 12010
Autore: Tory Niemann
Editore: Clever Mojo Game (ing)
Tipo: piazzamento lavoratori a forma di dado
Genere: tormentone estivo
Tema: …
Meccanica: aspetta, aspetta, aspetta, aspetta, aspetta ancora un po’. Svegliati. Lancia i dadi. Pensa, pensa, pensa ancora. Piazzali. Ricomincia dal primo aspetta.
Numero Giocatori: 2-4
Durata: variabile in base alla curvatura temporale della lentezza dei giocatori
Difficoltà: 3/5
Dipendenza dalla lingua: notevole
Illustratore: Mark Maxwell ed un altro tizio dal nome più difficile da scrivere
[Mr White Bishop]
Meno di sei mesi fa non si parlava d’altro: “hai giocato ad Alien Frontiers? è arrivato Alien Frontiers? Ma quant’è fico Alien Frontiers!”. Manco fosse Raimondo Vianello in Tarzan (se l’avete capita, siete pronti per fare il cosplay di Gandalf il grigio senza bisogno di trucco e parrucco, procuratevi solo una lunga tonaca e vai che ci siete).
Poi, un giorno, è arrivato, come arriva un attacco di diarrea dopo ore di mal di pancia: due giorni si è cominciato a parlare d’altro. Un po’ come il tormentone dell’estate, che per tre mesi è impossibile cavarselo fuori dal cervello ed arrivato il 15 settembre ci guardiamo silenti consapevoli di aver ascoltato per tre mesi una cagata pazzesca.
Certo che lo guardi, ed il gioco è proprio bellino. Con il suo astronauta piantato orgoglione in copertina a sventolare un’improbabile bandiera arancione come la sua altrettanto improbabile tuta.
E tanti tanti dadi colorati… e degli Smarties in legno degli stessi colori… e poi carte, tante carte che fanno tante cose a caso… e tessere da conquistare, territori da occupare, colonie da fondare… un gioco bulimico basato sulla fondamentale meccanica “tira dei dadi e piazzali dove è più o meno ovvio” così cara ai designer moderni che evidentemente cercano di venire incontro alle nostre capacità mentali.
Ora, le decine di carte con effetti diversi, abilmente bilanciate in una equa suddivisione tra “incredibilmente forti” e “ai confine dell’inutile” – già ricetta di successo del capostipite di tutti i giochi dadocciosi, Coloni di Catan – possono anche passare inosservate.
Il fatto che dove piazzare i dadini colorati una volta lanciati possa sembrare ovvio a giocatori normodotati, passi.
Che il giocatore che piazza l’ultima colonia vince nel 99% dei casi, quindi tutto dipende da una mossa, mi sembra giusto, in fondo siamo nel 2011 quindi un gioco di 2 ore che dipende dall’ultima manciata di tiri di dado è ormai un cliché.
La possibilità di rubare merci a giocatori a capocchia e di stallare totalmente un giocatore rubandogli la maggioranza e quindi i relativi poteri speciali nei suoi territori, è tutto sommato normale.
Ma… che tra il tuo turno e quello successivo tu abbia il tempo di:
– rileggere all’incontrario due cantiche della Divina Commedia
– cucinare tre teglie di lasagne
– compilare due volte il censimento 2011
– fare una partita a Caylus
il tutto senza poter minimamente pensare al tuo turno seguente dato che la situazione del tabellone e dei dadi piazzati dagli altri giocatori – per non parlare dei tuoi stessi poteri, materiali e carte che potrebbero venirti sottratti nel frattempo – si stravolge una casa lasciata per le vacanze ai figli adolescenti, francamente un piccolo dettaglio in grado di sfrantumare i maroni di chiunque.
Ora, ci sono parecchie cose che preferisco fare rispetto ad una partita ad Alien Frontiers:
– affrontare in amichevole gli All Blacks schierato come pilone con la mia squadra, “I gattini di Montepulciano”
– accompagnare nonno Oreste alle poste a ritirare la pensione, assisterlo nelle 8 ore di coda allo sportello mentre con gli amici nonno Oreste si racconta aneddoti della Grande Guerra.
– accettare un invito a cena a casa di Hannibal Lecter con lui che ti chiede di portare “anche” il vino.
– guardare una maratona di puntate registrate di programmi di Maria de Filippi
AF un grandissimo pregio ce l’ha: dimostra alla perfezione che non importa quanti gravi difetti strutturali abbia un gioco, bastano un po’ di banner su bgg, un paio di recensioni pilotate, una grafica ad effetto ed un’accorta campagna di marketing per diventare il “gioco di moda” per un periodo necessario a far fuori le copie stampate… record superato solo di recente da Dominant Species che è riuscito a dimostrare che alla ricetta non serve nemmeno la grafica.
PRO: bei dadi. E gli smarties. Bei dadi l’ho già detto? Potete giocare a qualcosa di bello tra il vostro turno e quello successivo.
CONTRO: la scatola non è manco di dimensioni tali da stare correttamente impilata con le altre. La carta oleosa nel camino brucia male. Gli smarties hanno un gusto un po’ legnoso. Per comprarlo dovreste non solo scippare la pensione di nonno Oreste ma pure scippargli la dentiera e venderla al monte dei pegni.
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