 |
La nostra amica
(lei non sa di esserlo, quindi zitti) Giulia Presti
ci offre lo spunto per rientrare nel tema
“fiori di fuoco”. Come? Così. |
Titolo: Hanabi
Anno: 2010
Autore: Antoine Bauza
Editore: Asmodée, Abacus Spiele
Tipo: gioco di carte
Genere: party collaborativo
Tema: numeri e colori
Meccanica: memoria, scala quaranta, indovinare, mettersi d’accordo, o quel che volete, in realtà si tratta di non sbagliare e/o barare.
Giocatori: 2-5
Durata: 30’/60′
Difficoltà: 1/5
Dipendenza dalla lingua: nulla.
Illustratori: Albertine Ralenti (sì, hanno veramente usato un illustratore)
Gallery
[il Puzzillo]
Oggi lunedì riposante. Non nel senso che ci sia qualcosa di gradevole nel giocare al titolo di oggi, bensì riposante per noi che ci troviamo gran parte del lavoro già fatto dall’autore.
Hanabi è stato uno dei giochi più ricercati durante
Essen 2012, nessuno se lo sarebbe lasciato scappare dopo averlo ignorato per due anni, dalla sua prima edizione.
Comprensibile tale eccitazione, chi d’altra parte resisterebbe ad un mazzo di carte con numeri colorati? Che volete di più da una carta?
Già stanco di tutte quelle variazioni pacchiane ed inutili come i quattro di bastoni o gli assi di picche, evidentemente il mercato era pronto finalmente al salto di qualità, niente forme, niente semi, semplicemente grossi numeri colorati… e disegnini degli hanabi.
Il cambiamento è stato necessario anche a causa del secondo elemento di rivoluzione: carte numerate da uno a cinque, in ben cinque colori.
Beccatevi questo, piacentine.
Come se non bastasse, il tutto è legato dal sofisticato quanto ricercato sistema di gioco “collaborativo”. Evvai.
Evidente l’
entusiasmo anche tra i suoi nuovi editori.
Il gioco è quindi piuttosto semplice, ogni giocatore tiene quattro carte e collabora con gli altri per calare a tavola la scala ordinata di ciascun colore. Ora, non capisco come, ma Bauza ha pensato che ciò non bastasse per farne un gioco. In somma, l’occhio del designer ha visto la possibilità di rendere la cosa un pochino più complicata, allungando i tempi, la noia e l’imbarazzo generale.
La soluzione è stata di quelle che da piccolo ti fanno guadagnare un paio di scappellotti per averle proposte durante le giocate natalizie in famiglia: “teniamo le carte al contrario!”. Se ci fosse stata mia mamma lì, probabilmente oggi non ne staremmo scrivendo. E probabilmente io sarei stato un bimbo sano, ma questo è un altro discorso.
Quindi questa è l’esperienza: i giocatori possono utilizzare dei tasselli per darsi indizi riguardanti un colore o un numero rispetto alle carte che un altro giocatore mostra, così che quello possa sapere che diamine fare di quei quattro nauseanti dorsi che ha di fronte a sé, giocarne, scartarne o mangiarli; cosa a cui si può essere, oltre che invogliati dalla disperazione, costretti dal caso, poiché è possibile che la combinazione di carte risulti un vicolo cieco. Ah, le innumerevoli possibilità, quale patrimonio per un game designer, e che palle calcolarle tutte. Vero Anto’?
Un po’ come negli sport americani, il divertimento è per chi guarda. Impagabile l’
espressione del suggeritore mentre cerca e non cerca di veicolare, verso il compagno, una mole d’informazioni decisamente superiore a quella consentita del solo “hai due carte rosse”. Solo questo vale il prezzo del gioco. A patto che non l’abbiate pagato. E che non siate costretti a giocarlo.
Alla fine della lunga e vergognosa pantomima può accadere che i giocatori abbiano commesso troppi errori, che siano stati costretti a scartare tutte le carte utili a completare le scale o che ci siano invece riusciti (non senza
una certa sorpresa).
Non è importante, i giocatori hanno comunque portato a termine la partita e questo basta. Bauza evidentemente conosce i suoi limiti, ma sopratutto quelli della pazienza umana, e si accontenta di poco. Per dare invece una possibilità a gli irriducibili del gioco (generalmente quelli disposti a tutto pur di dimostrare di non aver cannato paurosamente un acquisto), c’è la possibilità di calcolare un punteggio di fine partita.
Gradito ma non richiesto “l’applauso a noi” di fine sessione, tipico delle scuole di balli di gruppo, necessario per scrollare via di dosso la forte sensazione di disabilità precedentemente acquisita. Palliativo.
In chiusura una nota di colore; Hana-bi si traduce con fiori di fuoco, riferito ai fuochi d’artificio tipici della cultura orientale. Ciò, legato alla struttura del gioco, concede la possibilità di uno dei migliori ‘sti cazzi di sempre.
Scrivi una risposta a Anonimo Cancella risposta