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| Il Brodo di Polpo. |
Come sempre, sennò mi dimentico, già quest’anno non è morto nessuno e non sono riuscito a farmici pubblicità, ecco una bella foto del Brodo di Polpo di Nonna Gianna, che mi ha ospitato a casa sua e che alla sua età figuriamoci se legge internet, io però la ringrazio sai mai che qualcuno non si intenerisce leggendo queste righe (scusate il control-v ma inizio ad averne abbastanza di questi cazzo di report).
Il brodo, opportunamente corretto con della grappa, mi è servito a dimenticare Ready to Rock, l’ennesimo tentativo dilettantistico e ovviamente fallito alla grande di coniugare giochi e musica, un concerto di mancanza di controllo sbilanciato e con disattese pretese di buttarla in caciara. I materiali nei limiti della decenza non lo salvano dal disastro. L’unica recensione in rete la trovate sul sito ufficiale. Patetico.
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| Vegetables, un gioco di verdure e tavoli. |
A dispetto dell’inesistente hype nei confronti del progetto, esplode l’indifferenza intorno ai giochi dell’immancabile Area Autoporazzone, sempre a caccia di nuove giovani promesse da indirizzare verso la strada dell’autoumiliazione consapevole.
Così facciamo la conoscenza del sontuoso VEGEtables, un gioco sulle verdure dalla grafica più che discutibile e dal gameplay che ricorda vagamente giochi dal sapore classico come la Scala Quaranta. Gioco comunque educatissimo, in cui «quando si vuole terminare il proprio gioco è cortesia avvisare l’avversario di sinistra dicendo “Fatto”».
E poi dicono che le buone maniere sono morte.
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| Dice or Date, colori non inclusi |
Più che prolifica l’Agenzia degli Incantesimi, che con tanto di striscioni, gadget e cosplayer presentano Urban Heroes, un gioco di ruolo (e basta!…) sui supereroi (tema originalissimo che riprende il filo interrotto da capolavori inspiegabilmente ignorati dalle masse come Project Hope e Super!) e vari prodotti di cui, confesso, non me ne potrebbe fregare di meno.
Nonostante la simpatia dei ragazzi allo stand, è bastata un’occhiata rapida al prodotto di punta, Dice or Date, per farmi allontanare in cerca di qualcosa di un po’ meno grigio.
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