La comunità dei giochi da tavolo si interroga riguardo un tema “importante”come non succedeva dai tempi di “Meglio Agricola o Caverna?”, o “Vanno tolti i neg*i da Puerto Rico?”. Non siamo una società di grandi filosofi, citando il Prof. Barbero.
E sì, si tratta ancora di IA, come fosse una cosa da cui tornare indietro.
L’americana Tabletop Game Designer Association, ha chiesto ai game designer americani quante e quali attività ritenessero accettabili svolgere con l’IA. Questo più che altro perché quando vivi in un paese che ha avviato una guerra commerciale con mezzo mondo, mentre bomabrda l’altra metà, ci sta di entrare un po’ nel merito delle cose.
Tra le attività elencate mancano quelle di profilazione dei pazienti per le compagnie assicurative e il riconoscimento facciale per i droni killer, ma si affrontano comunque tematiche importanti che tutto sommato potrebbero avere risvolti soprendenti sullo sviluppo tecnologico:
● Chiedere idee o meccaniche
● Scrivere testo riempitivo
● Scrivere testo per la versione finale
● Editing o correzione del testo
● Disegnare illustrazioni provvisorie
● Disegnare illustrazioni per la versione finale
● Creare materiali di marketing per il gioco
Ora, al di là del fatto che che per certe attività l’IA “LLM” a cui siamo abituati è utile come un secondo buco del culo, le risposte sono giunte più che altro come espressione etica e/o morale rispetto all’IA: dalla mancanza di riconoscimenti economici per i diritti alla guerra fra uomo e macchina, senza distinzioni di sorta nel freddo calcolo numerico.
E siamo circa al 50% di opposizione all’utilizzo dell’IA per queste attività.
Approfondendo la ricerca però è emerso che gli autori per l’utilizzo dell’IA da parte propria sono contrari al 30%, mentre per l’utilizzo da parte degli editori sono contrari all’80%.
Addirittura il 60% dei game designer americani bocciano l’utilizzo dell’IA (da parte dell’editore) anche per quanto riguarda prototipazione e test, con il 30% che vorrebbe vedere “proibite contrattualmente” le immagini segnaposto realizzate artificialmente per uso interno.
I numeri quindi rivelano anche altro: tutto il mondo è paese.
Come ogni buona ipocrisia, questa viene rafforzata da un risvolto ecologico: l’IA consuma energia e acqua. Quindi se l’editore usa l’IA sta assetando l’Africa, bastonando cuccioli di foca, soffocando gli abitanti della Pianura Padana, ignorando “i pronomi”, e sostenendo una quantità di calamità che nemmeno una live di Pandemic Legacy.
E questa è l’opinione degli autori, gente un pochino più “dentro il sistema”, ora fatevi un’idea della community di giocatori.
Vi aiutiamo:
Il remake di Concordia da parte di Awaken Realms, per aver mostrato un po’ di IA prima della campagna crowdfunding, ha subìto un review bombing con pioggia di onestissimi “1” su BGG, forzando la casa editrice a pubblicare un sentita lettera aperta per rassicurare i giocatori sul fatto che l’IA non sarà presente in nessuno degli aspetti del prodotto finale.
Ma la dichiarazione chiudeva con “Vuoi che ne faccia una versione stile ‘lettera aperta ai giocatori’?”.
La Awaken Realms fa però così anche notare che i professionisti che paga, illustratori compresi, fanno ormai inevitabile utilizzo dell’IA, fosse anche solo per via di Photoshop.
Tradotto: vi stiamo cagando, ma non cagate il cazzo.
Che il gioco da tavolo sia un media più tradizionale di altri è del tutto corretto considerarlo, ma da lì a pensare che per questo debba essere prodotto a carta e matita, ci va un mix di ingenuità e ipocrisia che una volta avremmo trovato solo in certi forum (e a onor loro va detto ancora ci si trova).
C’è un oggettivo problema relativo a come le IA gestiscano i diritti, giacché utilizzano quello che trovano in rete per ricreare modelli. D’altro canto gli artisti, gli scrittori, i deigner, e i game designer, non è che facciano proprio una cosa del tutto diversa…
Onestamente, quanti illustratori non hanno mai sentito dall’editore la frase “fammelo un po’ come…”?
Scommettiamo meno di quanti parrucchieri abbiano sentito dirsi da una cliente “Sorprendimi”.
Dal punto di vista dell’utente, ad esempio un editore, una volta pagata una società che offre un’IA, si presuppone che quella sia in regola con tutte le norme previste, e che quindi sia possibile utilizzarne i risultati.
Dal punto di vista dell’acquirente poi, anche accettando che il digitale abbia preso il sopravvento, c’è almeno la pretesa di pagare i prodotti come “non realizzati a mano”, industriali, più economici insomma. Richiesta ragionevole, se non fosse che il risparmio dell’editore, ripartito sulla tiratura totale del singolo progetto, probabilmente non incide abbastanza da avere un sostanziale cambio di prezzo.
Nel frattempo i game designer si crogiolano nelle parole di Elizabeth Hargrave, co-autrice di Wingspan e co-fondatrice della TTGDA: “All’IA non je regge ‘n cazzo di tirare fuori un gioco decente, si fotta lei e chi ci sta provando, dovete tirare fuori i soldi e pagarci. PAGATECE ‘E ROIALTIIIISS!“.
“Puoi dir di sì, puoi dir si no, ma questa è la vita…“





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