A metà degli anni ’90, in Egocefalo, un fumetto underground romano che probabilmente nessuno oltre a noi ha mai letto perché non aveva né miniature né stretch goal, David “Diavù” Vecchiato sparava in scioltezza una didascalia fantastica: gli Americani avevano catturato Dio e avevano deciso di venderlo in barattoli, tanto Dio è infinito e quindi la produzione non si fermerà mai. “Niente di epico, niente di etico”, direbbero gli autori di Vilupera: era una didascalia buttata lì come si annuncia un 3×2 sulla sottomarca di un detersivo. Hanno preso l’infinito, l’hanno messo in un barattolo e lo producono in serie. Fine, avanti con la storia.
Mo’, non vogliamo paragonare i giochi da tavolo all’Altissimo (anche perché i giochi da tavolo esistono), ma leggendo di come Netflix voglia fare film e serie sui giochi Asmodee ci è tornata in mente proprio quella scena. Sarà il profumo di distopia cyberpunk.
Ticket to Ride, in effetti, è perfetto per essere invasettato: semplice, riconoscibile, innocuo, già progettato per ridurre l’attrito cognitivo al minimo sindacale, un sistema che chiede solo di collegare città con dei trenini colorati per sentirsi fini strateghi. Perché la gente, se vuole, si accontenta davvero di poco. Certo, qualche stronzo potrebbe obiettare che per una serie o un film servirebbero conflitti, trame, colpi di scena, tutte cose che stanno a Ticket to Ride come la tolleranza sta a Trump, ma a cosa serve un contenuto quando il contenitore è così colorato? E comunque è chiaro che è una mossa di marketing. Con un catalogo che pullula di zombi, detective e astronavi, hanno scelto un gioco di treni, un tema perfetto per agganciare una nuova, specifica e crescente fetta di spettatori: le persone autistiche.
Ovviamente dobbiamo gioire. Ce l’abbiamo fatta. Il gioco da tavolo è finalmente mainstream, arriva su Netflix, dove basterà refreshare una trentina di volte l’homepage per poter finalmente godere del nostro hobby in salsa cinematografica. Oddio, forse più “preparazione omeopatica” che “salsa”, ma sempre di composti a base acqua stiamo parlando.
Nel doppiaggio italiano di The Founder, Harry Sonneborn dice a Ray Kroc “Tu non hai capito in che business sei. Non sei nel business degli hamburger. Sei nel business immobiliare.”
Asmodee, invece, che non è più nel business dei giochi da anni l’ha capito benissimo. Ormai la scatola è solo la manifestazione fisica di un marchio, il primo stadio larvale dell’IP, quello che serve a testare il mercato prima di passare alla forma adulta, quando il prodotto sarà finalmente libero di uscirci dallo stomaco come uno xenomorfo per mangiarci la faccia il portafoglio.
In attesa della nuova bevanda energetica, la Agri-Cola, e del nuovo snack Buffalo Wingspan, rimane l’impressione che ormai dal gioco da tavolo non sia sparito solo il tavolo, ma anche il gioco, e il fatto che ci siano queste contaminazioni per nulla studiate a tavolino che col gioco non c’entrano davvero un cazzo è un chiaro segnale che il settore sta da Dio.
A proposito, qualcuno ne vuole un barattolo?





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